4 ottobre 2017

“OSSESSIONE PER LE PERIFERIE”

La crisi e il ruolo del lavoro


01editoriale32FBNei dibattito sul futuro di Milano da qualche tempo si usa l’espressione ”ossessione per le periferie” ma da ultimo questo modo di dire è comparso ufficialmente nelle premesse al Documento di obbiettivi per il Piano di Governo del Territorio. La cosa mi lascia interdetto perché, nell’accezione corrente del termine, la parola “ossessione” si porta appresso un significato prevalentemente negativo e allarmante. Allora nel caso di parole dai molti significati bisogna fare qualche operazione di “disambiguazione” e dunque chi l’ha usata e la usa probabilmente le dà il significato di pensiero continuamente ricorrente in grado di determinare e orientare comportamenti. Questo credo sia il significato giusto nel caso delle periferie.

Il tema/problema periferie è nell’agenda della classe politica, sopratutto di sinistra (posso ancora usare questo termine o devo io per primo “disambiguare”?) e certamente lo è a Milano, dove il sindaco Sala e la sua Giunta su questo versante si stanno impegnando molto, sia con operazioni di immagine – le Giunte in periferia sulle quali ho qualche perplessità – sia con investimenti diretti in opere pubbliche – ora all’avvio – sia in interventi più “sociali”: i progetti del bando “Bando alle periferie” molto partecipato.

Guardando quel che si sta dicendo e si sta facendo, ho l’impressione che non vi sia chiarezza tra il problema delle periferie e i problemi degli abitanti delle periferie e, per finire, bisogna anche chiarire chi siano i cittadini “periferizzati”.

I cittadini periferizzati sono tutti quelli che da sempre – ma in numero crescente negli ultimi anni – sono stati spinti ai margini della società per impoverimento, diminuzione o scomparsa di reddito da lavoro, minor accesso ai servizi sociali e all’istruzione.

Non tutti i cittadini periferizzati abitano in quelle che geograficamente chiamiamo periferie: sono diffusi in tutto il territorio urbano ma è certamente vero che la loro presenza, sia percentualmente sia in assoluto, li vede in quei luoghi e dunque è più che giustificato occuparsi delle periferie geograficamente intese.

Gi interventi ai quali si pensa sono di due grandi categorie, quelli di natura essenzialmente edile e dunque strutturali – in pratica la riabilitazione degli edifici residenziali, la realizzazione di spazi sociali, il decoro urbano, la cura e l’ampliamento del verde, il trasporto pubblico – e gli interventi di risocializzazione: esemplari quelli usciti dal bando “Bando alle periferie”, dunque occasionali e legati a investimenti senza carattere di continuità certa. Possiamo aggiungere qualche intervento in programma di dotazione di servizi intesi in senso lato come per il tempo libero e la cultura.

Anche se la storia del passato sembra non interessare più, vale la pena di porsi qualche domanda: da quando le periferie milanesi sono diventate un problema? E perché?

Ho partecipato come costruttore alla realizzazione delle periferie dalla metà degli anni sessanta, ne ricordo la nascita e la popolazione. Sempre come costruttore ho realizzato alla fine degli anni ’90 molte ristrutturazioni di edifici di edilizia residenziale pubblica e poi come consigliere di amministrazione di Aler, ho visto con i miei occhi i cambiamenti, per quel che valgono le osservazioni personali che non sono né statistiche né indagini mirate.

L’osservazione mi porta a dire che la crisi delle periferie è partita insieme alla mancanza di lavoro, il lavoro inteso come fonte di reddito, di libertà ed elemento essenziale di dignità personale. Di questo sono profondamente convinto. Ovviamente la situazione occupazionale si è molto aggravata per l’arrivo degli extracomunitari, dei cittadini che vengono dai Paesi poveri della UE, spesso senza occupazione legale e mediamente con redditi di mera sopravvivenza. La scomparsa del reddito ha anche generato morosità e messo in crisi gli enti gestori.

Se se la mancanza di lavoro – e di reddito – è la principale ragione del degrado, quello che si sta facendo è risolutivo o palliativo? Se non è risolutivo vale la pena di concentrare tutte le risorse in quella direzione? Ci sono altri percorsi possibili?

I dati sull’occupazione milanese e nazionale cominciano a essere confortanti ma non credo che le percentuali di aumento di un punto o di frazioni di punto risolvano il problema del lavoro nelle periferie: ci deve essere un intervento locale più incisivo e penetrante.

Non amo i “tavoli” ma sul lavoro e le periferie mi piacerebbe che un tavolo si aprisse tra parti sociali, amministrazione e, perché no, con qualcuno dei “mecenati” milanesi che si sono offerti di dare una mano al sindaco Sala sui problemi della città. Penso possa esistere anche un mecenatismo del lavoro: per crearlo, per sollecitarlo, per promuoverlo, per organizzare l’incontro tra domanda e offerta. Parlo certamente di lavoro vero, possibilmente il meno precario, possibilmente un lavoro che non solo socializzi ma professionalizzi.

Ma come, contemporaneamente non ripensare ad AFOL – Agenzia per la Formazione, l’Orientamento e il Lavoro – e alla sua organizzazione Metropolitana? Orientarne la politica verso un maggior localismo mirato ai quartieri degradati.

Luca Beltrami Gadola

(*) Diz. Treccani. Ossessione – Fenomeno patologico che si manifesta con l’insorgenza di un’idea o di una qualsiasi rappresentazione mentale, che, accompagnata da un sentimento d’ansia, si impone al soggetto in modo insopprimibile, e lo trascina a compiere determinati atti o ad astenersi da altri, o a fissarsi su determinati pensieri. L’ossessivo è consapevole dell’insensatezza di tali atti e idee, e si impegna in una lotta per sottrarsi al dominio delle sue ossessioni. Con una certa frequenza riesce a mitigare l’ansia di questa lotta ricorrendo a rituali e cerimoniali. (segue)



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